CI LASCIAMO DAVVERO O FACCIAMO SOLO FINTA?

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In ogni relazione esiste sempre un certo grado di dipendenza. Per essere felici con una  persona è vero che dobbiamo innanzi tutto stare bene con noi stessi, ma allo stesso tempo è legittimo sentire il bisogno dell’altra.

Quando una storia finisce, questo bisogno può continuare ad esistere, anche in modo più accentuato. Non è scontato che a provarlo sia solo chi viene lasciato, a volte coinvolge anche chi lascia.

Ed esistono diverse possibilità per gestire tale dipendenza.

Alcuni decidono di affrontarla subito, di metterci una pietra sopra e di tagliare ogni contatto con l’ex. Si soffre all’inizio, si entra anche in astinenza rispetto al rapporto, ma con il tempo si impara a dedicarsi più a se stessi e a superare la mancanza dell’altro e della passata relazione.

Altri invece decidono più o meno consapevolmente di alimentare la dinamica dipendente continuando a tenere i contatti. Guardano foto, rileggono messaggi, pensano costantemente a ciò che è stato, e ma soprattutto, continuano a frequentarsi. In questo modo, senza dubbio il dolore viene temporaneamente attutito. E’ come se ci si autoiniettasse delle piccole dosi di quella relazione per non sentirlo del tutto, per continuare a sperare che la storia possa riprendere il suo decorso, per tenere il controllo dell’altro. Per non dar spazio alla mancanza.

Più che una pillola edulcorante, tale sistema potrebbe a lungo andare costituire uno stillicidio. Il rischio è quello di illudersi di poter cambiare le cose in meglio, di non soffrire, di gestire tutta la situazione, risparmiandosi il dolore per il distacco. Ma il prezzo da pagare potrebbe essere quello di non riuscire a rifarsi una vita perché sono troppe le energie da impiegare verso l’altro, la cui presenza costante impedisce una lucida elaborazione di quello che ha portato alla rottura-non-rottura. E’ questo un non lasciarsi.

Non tutti condividono questo punto di vista. Soprattutto quando la paura di perdere l’altro e di stare soli la fanno da padrone, anche per chi ha preso la decisione di lasciare.

E’ un chiedersi reciprocamente di risolvere problematiche che non si è riusciti ad affrontare mentre si stava “ufficialmente” nella relazione. Paradossale come situazione, anche perché ci si convince di essersi lasciati, ma così non è,  si pensa di risolvere tutto continuando a frequentarsi, ma probabilmente mettendo in atto le solite vecchie dinamiche. Le stesse che hanno portato a decretare la fine del rapporto. E soprattutto non ci si rende conto che i problemi da risolvere, talvolta sono più con se stessi, che con l’altro.

Alla fine, quanto tempo può passare in questa sorta di limbo? Tantissimo, anche anni e con le motivazioni più disparate che vanno dal ritenersi indispensabili per l’altro, a non dovergli far mancare il proprio appoggio, a doverlo accudire.

E diciamola tutta, se una rottura c’è stata, è proprio meglio non augurarsi di riprendere da dove si è interrotto. Al limite sarebbe auspicabile un nuovo equilibrio di coppia. Ma rimango sempre convinta  che dopo la fine di una relazione occorra un periodo da soli con se stessi, per elaborare tutto quello che è successo e solo poi pensare alla possibilità di riprovarci. Altrimenti il rischio è di incorrere nella solita minestra riscaldata, che prima o poi brucerà.

 

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CONGRESSO DI VERONA, QUANTE FAMIGLIE ESCLUSE?

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Qualche giorno fa, come tutti ben sanno, a Verona si è svolto il congresso delle famiglie.

Non ho potuto seguire tutto per filo e per segno, ho forse non ho voluto farlo fino in fondo, considerato quanto fossi inorridita dalla situazione. Mi è spiaciuto pure che tale evento sia stato chiamato Congresso delle famiglie, considerato quanto abbia rappresentato una anacronistica caccia alle streghe.

Possiamo disquisire a lungo sul concetto della famiglia e sulla sua etimologia. Ma mi pare veramente inaccettabile che ai giorni nostri, un tale fenomeno possa essere solo pensato.

Perché sono inorridita? Prima di tutto il gadget del feto in plastica per la propaganda contro l’aborto non poteva suscitarmi altro che orrore:  assoluta mancanza di rispetto verso il genere umano.

Come professionista, capita di tanto in tanto di venire chiamata da donne che decidono di abortire, per diversi motivi. Sono donne che non prendono una tale decisione a cuor leggero, lo fanno con sofferenza, dubbi. A volte lo decidono perché non in grado di dare ad un futuro figlio l’amore e l’accudimento che si meriterebbe. A volte perché vengono diagnosticate gravi malattie, a volte perché la madre corre seri pericoli di vita. Come poterle giudicare e come poter negare loro di farlo?

Senza contare tutti i commenti fatti riguardo all’omosessualità.

E la famiglia? La famiglia è quella descritta solo ed esclusivamente con un padre, una madre e dei figli naturali.

Tutto ciò suona di inopportuno e taglia sicuramente fuori un’enorme fetta di persone che hanno il totale diritto di amare ed essere amate.

Tutti possono essere famiglia.

E le famiglie, quelle “normali”, spesso e volentieri lo sono solo sulla carta. Siamo abituati a chiamare famiglia a volte, un nucleo dove non esiste l’amore, il rispetto, la fiducia, la serenità. Conosco coppie eterossessuali, assolutamente incapaci di amare, e coppie omosessuali da prendere ad esempio a tal riguardo.

Verona è stata eletta capitale del Medioevo e l’odio e l’intolleranza espressa sapevano di  tutto, tranne che di concetto di famiglia. Come fanno esclusione e intolleranza ad andare di pari passo con l’idea di famiglia?

Sembriamo tornati indietro al Medioevo appunto, o agli anni dell’ascesa fascista e nazista, dove si voleva far pulizia di tutto ciò che fosse diverso dalla razza ariana e diverso dalla “normalità”. E proprio nei giorni in cui si svolgeva a Verona il congresso della famiglia, coincidenza ha voluto che io fossi a Roma, in visita al Ghetto degli Ebrei, quello da cui poi è avvenuta la deportazione e l’omicidio dei suoi abitanti. Pensavo e riflettevo sulla paura di come la storia possa ripetersi, su quanto basti poco per ricadere nei soliti errori. Su come il credersi migliori degli altri sia solo la punta dell’iceberg per scivolare nell’intolleranza, nella negazione dei diritti altrui, nella negazione del vero amore.

Forse più che sulle famiglie “normali”, dovremmo concentrarci su quelle dove purtroppo si esercita la violenza e la vita delle donne, spesso e volentieri, viene sacrificata da parte di chi pensa siano loro proprietà.

Le altre famiglie, quelle in cui si respira l’amore, indipendentemente dal sesso e dalla cosiddetta “naturalità” dei figli, lasciamole alla loro serenità.

 

 

DONNE AFFAMATE DI CONFERME ALTRUI

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Spesso mi capita di lavorare con donne che all’apparenza sembrano forti ma che in fin dei conti hanno assoluto bisogno delle conferme altrui, pur non essendone consapevoli.

E non è raro che arrivino nelle vite di uomini anch’essi apparentemente sicuri, ma che sottostanno alle ambigue bizze di tali donne.

Esse sono bisognose di qualcuno che confermi loro quanto siano belle, simpatiche, intelligenti.

E quando glielo si fa notare “cadono dalle nuvole”, svalutano gli altri, non si riconoscono affatto nei propri comportamenti ambigui ed egoisti. Sono anche donne che evitano di prendere decisioni. Ad esempio non chiudono relazioni, ma cercano di portare l’altro a farlo sfinendolo in ogni modo possibile. A momenti denigrandolo, per poi far le moine nel momento in cui si rendono conto di star per perdere il controllo della situazione.

E magicamente si circondano di persone, non solo partner, ma amici e coloro che fanno parte dell’ambito professionale che nutrano la loro fame di conferme e autoaffermazione. Fino a quando esse stesse non si annoiano o semplicemente si stufano dei loro adepti, che in men che non si dica vengono sostituiti da altri nuovi, quasi in modo ciclico. Sono tutte persone che non possono stabilire i loro confini relazionali, perché vengono curati in modo certosino da tali donne.

Sia ben chiaro, esse non sono cattive, o almeno non tutte. Spesso si distinguono per la loro simpatia e la capacità di far da traino in situazioni di gruppo. Sfamando allo stesso tempo l’esigenza di stare al centro dell’attenzione, obiettivo finale più o meno consapevole. Possono essere anche delle buone amiche, ma di persone che conoscono bene le loro dinamiche e riescono a gestirle.

Insomma per ogni genere di persona esistono diverse sfaccettature. Alcune  possono essere altamente nocive e “tossiche”, altre no, ma è sempre bene riconoscere certe dinamiche comportamentali e riconoscersi quando le si mettono in atto.

SI PUO’ ESSERE BRAVI GENITORI ANCHE DA SEPARATI.

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Quando una coppia si separa, se ci sono figli, uno delle prime preoccupazioni viene rivolta a loro.

Si ha paura di deluderli. E’ questo è quasi inevitabile che avvenga, perché alla maggior parte dei figli non fa piacere che i genitori si separino. Sono soprattutto loro a subirne le conseguenze e non potendo fare niente per impedirlo tutto può risultare parecchio frustrante e traumatico. Soprattutto quando non si  riesce a capire e ad accettarlo.

E’ fondamentale quindi far sentire loro l’amore e, in base all’età, dare spiegazioni più chiare possibili riguardo a ciò che succede dando la libertà di fare domande, sfogarsi e vivere liberamente il proprio stato d’animo, qualunque esso sia.

Allo stesso tempo, nonostante possa la scelta degli adulti non venire condivisa sin da subito dalla prole, non ha neanche senso che la coppia viva in un clima di ostilità, infelicità e assenza di amore per non rischiare di deludere i figli.

A tal proposito, una delle prime cose che tengo a rimandare alle persone che si ritrovano in tali situazioni è che si può essere dei bravi genitori nonostante la separazione. Molti non contemplano tale idea. Alcuni si sorprendono, altri si sentono sollevati perché per tanti, separarsi dal partner significa quasi del tutto a non essere dei bravi genitori, a tradire il ruolo preso nei confronti dei figli. Si perde la fiducia nella capacità di tenere adeguatamente il ruolo genitoriale.

Ogni coppia è un caso a sè, così come ogni storia, quindi non esiste un manuale di istruzioni a cui attingere per separarsi nel modo meno traumatico possibile. Esistono comunque delle indicazioni generali che possono essere seguite e adattate ad ogni singola situazione.

  • I figli non devono sentirsi responsabili della separazione dei loro genitori. A volte basta davvero poco perché se ne convincano: una frase sbagliata, una parola interpretata male, o chissà che altro.
  • E’ fondamentale che la coppia genitoriale continui ad esistere in un clima di collaborazione. Per questo non bisogna cadere nella trappola di usare la prole per combattere contro l’ex. Cosa che, ahimè, avviene abbastanza di frequente. Occorre essere bravi ad andare oltre le motivazioni che hanno portato alla separazione, perché è sempre dietro l’angolo la voglia di denigrare l’altro, vendicarsi, renderlo più “piccolo” agli occhi dei figli per risultare migliori. Ho visto casi in cui genitori hanno chiesto esplicitamente ai figli di schierarsi dalla loro parte.

Tutto questo inevitabilmente si ripercuote sul loro benessere, trovandosi protagonisti non per scelta, di situazioni dolorose.

  • Si può essere bravi genitori da separati con l’amore e con il rispetto verso l’altro genitore.
  • Non è necessario nemmeno che i bambini siano a conoscenza di particolari che riguardano solo gli adulti. E’ questo dovrebbe valere per chiunque.
  • Se entrano in gioco nuovi partners, non bisogna avere fretta di presentarli ai figli. Prima devono riuscire ad abituarsi alla situazione della separazione genitoriale. E anche quando lo saranno, la conoscenza dovrà avvenire in modo graduale, senza inutili e dannose forzature.
  • Se non si trova un punto di accordo e le ostilità prendono il sopravvento ci si può rivolgere ad un mediatore familiare o ad uno psicologo per trovare un po’ di pace, serenità e punti salienti per poter costruire un nuovo equilibrio.

In qualsiasi situazione in cui sia necessario separarsi, seguendo queste ed altre indicazioni, è indispensabile che ognuno non perda la fiducia nel ruolo genitoriale, nei confronti dell’amore verso i figli e nel fatto che, nonostante situazioni difficili e dolorose, si possa coltivare quotidianamente il rapporto con loro per renderlo stabile e profondo giorno dopo giorno.

 

QUANDO FINISCE UN PERCORSO DI PSICOTERAPIA

studioE’ sempre motivo di orgoglio e di forti emozioni per me chiudere un percorso di psicoterapia. E mi fa sempre piacere condividere con i lettori le riflessioni dell’ultima seduta fatta insieme al paziente e di quello che scrive rispetto al lavoro svolto.

Anche oggi vi propongo parte di quelle parole, sperando che ognuno di noi riesca sempre a tenere a mente di avere delle grosse risorse da utilizzare per affrontare le sfide che quotidianamente la vita ci presenta.

Buona lettura quindi, e un grazie particolare all’autore di queste righe per la fiducia e l’impegno che ha messo nel nostro percorso.

A partire da gennaio l’ansia ha iniziato ad insinuarsi nelle mie attività quotidiane e a disturbare il mio sonno, come ad indicare che vi fosse qualcosa di sbagliato nel modo in cui affrontavo le mie giornate. Questa situazione è andata sempre più peggiorando, al punto da portarmi ad una completa paralisi decisionale e motivazionale.

Era il momento di cercare aiuto.

Grazie alla psicoterapia  è emerso che l’ansia non era la causa dei miei problemi, ma la conseguenza. Costituiva un grido di aiuto da me stesso, verso me stesso, un segnale evidente e che non potevo ignorare, talmente chiaro ed evidente da costringermi ad affrontare per la prima volta la causa del mio malessere.

Il primo passo è stato quello di imparare a riconoscere e ad affrontare i sintomi ansiosi, che non dipendevano da fattori esterni, ma erano creati da me stesso.

Un altro passo fondamentale è stato quello di associare l’ansia all’insicurezza nell’affrontare i miei impegni, che si traduceva nel procrastinare scadenze e ad evitare in alcuni casi di mantenere certi impegni.

Dinamica che nel corso degli anni ha minato sempre più la mia autostima, già bassa di suo.

Sono arrivato alla consapevolezza che questo mio atteggiamento inconcludente era legato alla scarsa fiducia che avevo nei confronti dei miei “mezzi”.

A questo punto la situazione iniziava ad apparirmi più chiara. Il vero problema non era l’ansia, ma la mia tendenza ad evitare di impegnarmi per conseguire i miei obiettivi; e ciò accadeva perché avevo paura di mettermi alla prova, nella convinzione che non sarei stato in grado di farcela. Una volta acquisita questa consapevolezza, mi si è presentato un mondo di possibilità e ho anche provato una certa rabbia per il tempo e le occasioni perse a causa delle tante esitazioni del passato.

Ad oggi, a conclusione del mio percorso terapeutico, rimane la fiducia nei miei mezzi e la convinzione di poter raggiungere i miei obiettivi.

Gestisco i momenti di preoccupazione come fasi fisiologiche della vita che possono anzi costituire l’occasione per ribadire, ancora una volta, la consapevolezza che ho di me stesso, della mia forza e delle mie capacità.

Sono pronto per affrontare tutte le difficoltà che incontrerò nel mio cammino, ma soprattutto non vedo l’ora di togliermi le soddisfazioni che finora mi ero sempre negato.

BAMBINI 2.0 QUALI CONFINI TRA LORO E LA TECNOLOGIA?

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Siamo nell’era del web, e su questo non si discute. Il nuovo mondo ha inevitabilmente condizionato sin da subito la nostra quotidianità e nei minimi particolari. Proprio per questo dobbiamo farci i conti, nel bene e nel male.

Tutto ciò naturalmente non coinvolge solo il mondo adulto, ma qualsiasi generazione. Non possiamo certo evitare che bambini e adolescenti entrino in contatto con il mondo della tecnologia, allo stesso tempo occorre sempre tenere dei confini ben precisi, tra ciò che è vantaggioso e ciò che non lo è.

Tempo fa mi colpì parecchio parlare con un insegnate di educazione fisica che mi disse che la maggior parte dei bambini di oggi non sanno fare le capriole, che le attività ludiche attuali sono molto diverse rispetto a quelle del passato e che spesso richiedono immobilità fisica e isolamento. Mi fece infatti l’esempio di tanti bambini e adolescenti che passano la maggior parte del loro tempo libero giocando con smartphone e tablet.

Troviamo bambini che ancora non sanno camminare, fortemente attratti da questi strumenti elettronici.

E’ un grosso vantaggio per i genitori poter sfruttare del tempo per se stessi, mentre i piccoli stanno tranquilli a seguire cartoni, filmati o quant’altro su internet. A volte anche solo per fare una doccia, preparare un pasto, o fare una chiacchierata con altri adulti senza interruzioni continue.

Ma per i bambini quali sono questi vantaggi, soprattutto se quel tempo si protrae a lungo?

Esistono posizioni contrastanti al riguardo, sia tra esperti, genitori, insegnanti che parlano di pro e contro. Indicativo è sicuramente il video che troviamo da tempo su internet di un bambino che piange e viene calmato solo mettendogli uno smartphone in mano e che quando gli viene ripreso inizia ad urlare disperato.

Stare troppo di fronte ad uno schermo può causare un affaticamento eccessivo per la vista, l’acquisizione di posture scorrette, l’impigrimento fisico, l’isolamento e la perdita di interesse e curiosità verso ciò che sta attorno.

L’immediatezza delle risposte del web può essere controproducente rispetto allo sviluppo del processo cognitivo dei più piccoli.

Anche gli adulti non sono esonerati da un facile impigrimento mentale. In passato, quando non ci si ricordava di qualcosa, si discuteva con altri, ci si confrontava, si cercava nei libri la risposta. Insomma, ci si spremeva le meningi, ora con un click non c’è alcun bisogno di farlo.  E questo è estremamente comodo, allo stesso modo indebolisce la mente nella ricerca di soluzioni e risposte.

Stare troppo di fronte allo schermo, soprattutto nelle ore serali può creare eccitamento e insonnia.

Senza contare tutti i vari pericoli in cui si può incorrere navigando su internet. Oggi esistono delle modalità per bloccare l’accesso a siti pericolosi, ma i bambini col tempo diventano anche molto esperti nel superare certe barriere.

Può capitare quindi di illuderci che uno smartphone o un tablet possa costituire solo un semplice diversivo. Ma così non è, soprattutto se il loro uso si traduce in abuso.

Personalmente e professionalmente sono contro l’uso di tali strumenti da parte dei più piccoli. E’ vero che non possiamo negarne l’esistenza, ma è altrettanto vero che esiste un’età per tutto, e non sempre è il caso di anticipare i tempi. Possiamo quindi iniziare a stimolare i bambini con altro, per quanto più faticoso per i genitori e non rendere loro il mondo del web scontato e sempre a portata di mano.

Una buona educazione a tappe al loro graduale uso può aiutare in questo, ma senza fretta. Facciamoli sporcare, cantare, correre, urlare. Rendiamoli partecipi delle nostre vite perché più lo faremo, più loro si abitueranno a stare a tavola, ad inventare storie, a colorare, a dare pieno sfogo alla loro fantasia. Conosco diversi genitori che pensano che questo non sia possibile, che non si possa più uscire da casa senza dover ipnotizzare i bambini di fronte agli schermi. Conosco altrettante coppie che invece condividono e mettono in pratica l’idea di tenere lontano i bambini dagli smartphone e dimostrano quotidianamente che ciò sia possibile. Se ci pensiamo, noi da piccoli non avevamo certamente questi strumenti di gioco.

 

LA SINDROME DELLA BRAVA RAGAZZA

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Quando pensiamo all’adolescenza si mostra nel nostro immaginario le discussioni con i ragazzi, le loro forme di ribellione, i passaggi istantanei dal silenzio alle urla, alle camere chiuse a chiave, la musica ad alto volume, a forme di ribellione varie. A quelle altalene umorali che nelle ragazze vengono identificate con gli “compensi ormonali”.

Poi ci sono quelle adolescenti sempre calme, educate, che non replicano mai, che vanno bene a scuola, nello sport, che non lottano per poter rientrare più tardi la sera, che non si pongono mai in contrasto. Idealmente tutti i genitori aspirano a situazioni tali, ma siamo sicuri che per queste ragazze, tutta questa tranquillità, sia sinonimo di felicità?

Più volte ho lavorato con adolescenti così, rendendomi conto di quanto non fossero felici, di quanto fossero invece limitate, se non totalmente censurate, nell’espressione dei loro pensieri, emozioni, desideri. Di quanto spesso, la loro personalità venisse celata dietro la necessità di dover essere delle “brave ragazze”. Di quanto avessero bisogno estremo dell’approvazione altrui e che il prezzo da pagare fosse quello di essere perennemente brave ragazze, appunto. Tutto a discapito della propria autostima, individualità, autoaffermazione e chi più ne ha, più ne metta.

Ogni volta mi colpisce come si dia loro poca attenzione, perché non si accetta l’idea che possano avere e dare dei problemi. Solitamente quelle problematiche sono più “chiassose”, più visibili, più ribelli.

Anche le brave ragazze possono avere dei problemi la cui radice possiamo trovare in un’educazione e un’influenza sociale poco rispettose dell’individualità di ognuno e pretenziose nel richiedere personalità omologate e di poche, se non nessuna pretesa, senza dare spazio al chiedersi cosa si vorrebbe dalla vita.

In alcuni casi possiamo parlare della sindrome della brava ragazza. Identificabile in quelle adolescenti e poi donne che sono sempre gentili e sorridenti. Non dicono mai no a nessuna richiesta. Evitano il conflitto per conservare a tutti i costi il quieto vivere e non rischiare di dar torto agli altri. Quando di rado disattendono alle pretese altrui si sentono ferocemente in colpa e di conseguenza pure inadeguate nei confronti di tutto e tutti. Presentano sintomi fisici di carattere psicosomatico come cefalea, mal di stomaco, disturbi intestinali, dermatologici.

Tutti questi “sintomi” si manifestano anche in situazioni che mancano di rispetto in modo palese.

Essere brave ragazze costringe ad una vita soffocante, di costrizioni e rabbia che più volte non viene spiegata.

Le brave ragazze sono quelle che assumono anche il ruolo di compagne, mogli e madre perfette. La cui caratteristica comune è quella della ricerca spasmodica della perfezione che si traduce in rigidità e forti crisi nei momenti in cui si è costrette ad uscire dagli schemi prefissati.

L’aspetto positivo di tutto questo è che si può cambiare. Che non si è destinate ad essere brave ragazze per tutta la vita, che un modo per far venire fuori la propria individualità esiste sempre. Non è facile sicuramente dover rivoluzionare tutto quanto, anche perché un tale processo richiede di dover imparare a disattendere le pretese altrui e accettare di non dover e poter essere perfette.

Bisogna poi fare del verbo “voglio” il proprio mantra e sostituirlo al “devo”.

Si, è vero, sembra impossibile poter iniziare a cambiare rotta in maniera così radicale, ma come ho detto “sembra”, non “è” impossibile.

 

 

 

 

Da Foligno a al bambino guarito dalla leucemia che non può tornare a scuola. Ci stiamo per caso “involvendo”?

Foligno
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Da qualche giorno mi sono ripromessa di scrivere qualcosa sui fatti di Foligno, del maestro, se così può essere degno di essere chiamato, che ha messo all’angolo un suo alunno di pelle nera dicendo al resto della classe di guardare quanto fosse brutto. Questo, a detta di genitori e alunni è solo uno dei riprovevoli  comportamenti del suddetto, perché a quanto pare, alla sorella minore del bambino di cui sopra, avrebbe chiesto di poter essere chiamata scimmia, in quanto il suo vero nome  fosse per il tale troppo lungo.

Scoppiata la notizia, il “maestro” si appresta a giustificare il tutto dicendo di aver voluto fare degli esperimenti sociali.

Esperimenti sociali? Umiliare dei bambini in modo plateale ora si chiama “esperimento sociale”? E quale sarebbe stato lo scopo? Personalmente spero che a tal signore non venga più concesso di entrare in nessuna scuola.

Essere maestro, non solo significa istruire le nuove generazione, ma anche educarle alla vita ed essere un modello da prendere ad esempio. Quale sarebbe da costui l’esempio da prendere?

Penso a quanto quelle creature si siano sentite ferite e mortificate e al tipo di messaggio che è stato dato ai compagni.

Fare degli esperimenti necessita di seri studi alle spalle e del rispetto dell’etica, senza danneggiare nessuno, figuriamoci dei bambini.

Possiamo quindi parlare di cattiveria, ignoranza e razzismo. Si, perché questo dobbiamo pensare. Soprattutto negli ultimi tempi non sentiamo altro che di discriminazioni fatte con cattiveria, giustificate con colpe altrui che ancora non riesco a vedere. E non mi riferisco solo agli stranieri, che pare siano il male del nostro paese. Mi riferisco anche ad altre categorie, come coppie omosessuali non libere di poter passeggiare mano nella mano, di bambini immunodepressi che non possono rientrare a scuola perché i genitori dei loro compagni non vogliono vaccinare i figli, di donne uccise o maltrattate perché ritenute proprietà di uomini violenti.

Parliamo di casi in cui ignoranza, cattiveria e “tuttologia” costituiscono un pericoloso mix in cui sempre più persone vengono incastrate. Come se il genere umano fosse destinato ad una costante regressione civile ed intellettuale.

Allora mi chiedo cosa poter fare nel mio piccolo, come poter agire per dare un contributo in direzione contraria.

Mi piacerebbe pensare che tutti noi potessimo avere un ruolo nel mondo, non solo professionale, e un posto felice di diritto da coltivare doverosamente nell’interazione con gli altri. Il mio ruolo professionale, quello di psicoterapeuta, vorrei continuare ad usarlo per aiutare le persone ad essere libere dalle proprie catene mentali e a liberarsi dalla schiavitù di persone che vogliono renderle “piccole” e “cieche”.

E torno indietro alla mia infanzia, ripenso alla mia cara Maestra che era anche una madre, che con tanto affetto ha accompagnato me e i miei compagni in cinque importanti anni della mia vita, lasciando indelebilmente preziosi strumenti di vita che ancora fanno parte della mia quotidianità. E mi dispiace sapere che non tutti possano avere la fortuna di crescere accanto a persone così competenti e umane.

Sono solo riflessioni le mie, ma è importante per me condividerle con voi.

L’EMDR CONTINUA A FAR PARLARE DI SE’

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Come molti di voi sapranno, dal 2017 sono entrata a far parte del gruppo di psicoterapeuti che lavorano con l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), lo strumento per l’elaborazione e superamento dei traumi, nato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80 e che dal 2013 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha riconosciuto come metodo elettivo nella risoluzione dei disturbi post traumatici da stress.

Per intenderci è quello che molte persone richiedono chiamandolo la “tecnica degli occhi”, proprio perché attraverso il movimento oculare stimolato in modo alternato dal terapeuta, i traumi, grandi o piccoli che siano, vengono depotenziati del loro aspetto doloroso e resi “neutri”. Cosa voglio dire con questo? Che attraverso l’elaborazione con EMDR, il paziente non scorda quello che di traumatico ha vissuto, ma impara a conviverci senza venire fagocitato dagli affetti negativi che ne sono scaturiti.

Il trauma viene appunto, desensibilizzato e rielaborato.

Non stiamo parlando di ipnosi, ne di miracoli, ne, come pensa qualcuno, di magia. Stiamo parlando di un approccio scientifico, alla cui base troviamo centinaia di studi a confermarne la validità e l’efficacia.

Come mai ne parlo oggi?

Perché qualche giorno fa ho letto un articolo dell’ANSA che tratta dell’EMDR e  mi piacerebbe segnalarvi. E perché sempre più persone richiedono di poterne usufruire. Quindi è anche mio dovere cercare di farlo conoscere il più possibile, anche attraverso i miei post.

L’EMDR non è un metodo indolore, perché il trauma deve essere toccato e ricordato per venire neutralizzato. Ma se vogliamo usare una metafora tipica che aiuta a spiegarlo meglio a chiunque ne usufruisca, possiamo dire che sia come viaggiare su un treno seduti accanto al finestrino, guardando scorrere il paesaggio e che ad a ogni fermata scenda del materiale negativo e salgano nuove associazioni positive.

Per essere dei professionisti che usano l’EMDR occorre essere iscritti all’Associazione che ne porta il nome che garantisce che ci sia una formazione specifica di base che permette di poterlo utilizzare al meglio.

Non tutti possono usarlo naturalmente, perché occorre non solo una conoscenza del metodo, ma anche della psicologia e della psicoterapia in generale con le quali deve essere obbligatoriamente integrato.

Detto questo, vi invito a leggere l’articolo di cui vi ho parlato sopra, cliccando qui, o a visitare il sito ufficiale di EMDR Italia, o scrivermi delle email o contattarmi telefonicamente per qualsiasi altra informazione o qualora foste interessati a lavorare con questo metodo.

 

QUANTO E’ IMPORTANTE LA SCELTA DELL’ASILO NIDO?

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Con la vita che conduciamo oggi, un po’ per scelta, un po’ per costrizione, ci ritroviamo sempre più in un sistema in cui per la crescita e l’educazione dei più piccoli viene sempre meno la modalità della famiglia allargata, in cui a badare alle nuove generazioni vengono coinvolti i nonni, altri parenti e pure i vicini di casa. Soluzione in cui i bambini si ritrovano in un ambiente totalmente familiare e a volte eterogeneo dove l’affetto sicuramente fa da filo conduttore, in cui  ognuno, partecipa attivamente alla quotidianità della prole. Tutto ciò può risultare da un lato molto comodo (perché non si bada ad orari e giorni) ed economico, dall’altro molto invischiante perché, giustamente, chi viene coinvolto è più o meno implicitamente autorizzato a proferire parola rispetto ai bambini e alla loro gestione.

Ad oggi, le alternative a questo modello di aiuto familiare sono le babysitter o gli asili nido, pubblici o provati.

Personalmente e professionalmente sono una forte sostenitrice della seconda opzione, anche se non nego la preziosità di una brava babysitter. Tutti i bambini, salvo diverse indicazioni, dovrebbero poter frequentare l’asilo nido. Indipendentemente dalle esigenze genitoriali, anche se poche ore al giorno.

Sono rare le famiglie con tanti figli, l’opzione del figlio unico, è sempre più frequente, per questioni di età, disponibilità economiche e logistiche e il nido da la possibilità di stare in mezzo ai coetanei.

A meno che poi, non si è dei genitori fantasiosi e creativi, a casa raramente si riescono a svolgere tutte le attività che vengono svolte al nido. Attività educative, divertenti, eterogenee, che stimolino ogni bimbo in base all’età dello sviluppo.

Un altro fattore non meno importante è che quando si è soli o quasi a vivere in città, e non si ha la possibilità di avere altri nuclei familiari di riferimento, lo staff del nido (pur facendo il proprio lavoro), può diventare un’adeguata seconda casa per il bambino che si abitua a stare fuori dalla sua vera casa in un ambiente protetto e stimolante.

Per questo motivo è molto importante la scelta dell’asilo nido.

Ad oggi possiamo trovare tantissime offerte, più o meno valide e più o meno costose. Ci sono tante variabili da considerare rispetto alla disponibilità e alle esigenze dei genitori, quella più importante è naturalmente la felicità dei bambini, alcuni dei quali passano la maggior parte della loro giornata lì e hanno l’assoluto diritto di essere felici e di sentire che i loro genitori non li stanno semplicemente affidando a qualcun altro perché mancanti di tempo, ma perché vogliono che stiano al meglio, anche quando non sono insieme.

L’opzione dell’asilo nido non deve essere la giusta scelta solo per i bambini, ma anche per i genitori che si trovano ad investire in questa soluzione e affidano i figli ad un personale che deve essere competente, molto affettuoso ed empatico.  E’ indispensabile quindi, affinchè tutti siano sereni, personale compreso, che ci sia la giusta interazione e comunicazione da entrambe le parti, in modo da poter esaltare al meglio i punti di forza e affrontare eventuali criticità.

E’ molto importante anche non sentirsi in colpa se i bambini piccoli vengono affidati ad un nido. Tanti genitori si sentono così, soprattutto le mamme casalinghe perché non concepiscono l’idea di non occuparsi per tutto il tempo dei piccoli. In realtà, concedere ai bambini un’esperienza del genere è un aiuto esso stesso, un modo di occuparsene indiretto, in quanto li aiuta fortemente nel loro processo di sviluppo sia cognitivo, affettivo, psicomotorio e di autonomizzazione. Senza contare che genitori che riescono ad avere spazi per se sereni, sia per i doveri che per i piaceri quotidiani, sono genitori che riescono a passare più tempo di qualità con i propri figli.